La nostra forma associativa

Perché siamo un’«Associazione Culturale»

L’Istituto MetaCultura è per vocazione, prima che per forma giuridica, un «Associazione Culturale non profit».

Per quanto riguarda il carattere «non profit» rimandiamo alle successive riflessioni, specifiche e dovute, riguardo la nostra presenza in questo settore – come più generale in quello della politica culturale ed educativa – che spesso maschera, nel nostro paese, operazioni tutt’altro che «prive di fini di lucro».

Per quanto riguarda il carattere di «Associazione» vogliamo chiarire ai nostri potenziali nuovi associati come mai questa «forma» associativa sia adeguata al tipo di attività che svolgiamo.

L’Istituto è stato creato per accogliere e formare studiosi, autori e docenti, affinché possano contribuire alla realizzazione di progetti innovativi che richiedono capacità straordinarie, necessarie per poter ridare dignità a un settore, quello cosiddetto «educational», che a nostro avviso necessita anzitutto di «nuovi strumenti» per ricreare il tessuto da cui nascono l’arte e la scienza.

Pur essendo un Associazione privata, l’Istituto mira anzitutto a potenziare i servizi educativi e culturali pubblici, offrendo strumenti irrealizzabili all’interno delle attuali sedi istituzionali, sempre più a corto di tempo, risorse e personale per poter investire nella ricerca e nella sperimentazione di strumenti innovativi.

Il tipo di formazione che l’Istituto offre ai propri utenti – e anzitutto richiede ai propri collaboratori – non è prevista neppure nei più avanzati corsi di specializzazione post-universitari. D’altro canto proprio attraverso la collaborazione con Istituzioni culturali ed educative pubbliche riteniamo che si possa innescare un circuito virtuoso per riqualificare il mondo educational a tutti i livelli, e di conseguenza ridare al nostro Paese la posizione di eccellenza che ha sempre avuto in questo settore, fondamentale per la ripresa e la crescita.

Con questo spirito di collaborazione abbiamo voluto mantenere sempre aperta la possibilità di aggiungere al nostro Istituto nuovi soci e partner, che contribuiscano direttamente o indirettamente a sostenere la realizzazione dei progetti e delle ricerche. Questa possibilità – insieme alla scelta di rivolgere i nostri servizi e prodotti principalmente a un’ «utenza educational» – ha contribuito alla scelta di costituire un’«Associazione» e non una «Società».

Questo tipo di struttura organizzativa è stata voluta sin dal primo gruppo di ricercatori, studiosi, autori e docenti che, nel tempo, hanno passato il testimone ad altri gruppi di ricercatori, studiosi, autori e docenti, non prima di averli adeguatamente formati per continuare a svolgere la medesima attività.

Grazie a quella scelta «costitutiva», chiunque, ora, può decidere di diventare «socio» (collaboratore o sostenitore) o «partner» o «affiliato» del nostro Istituto, e fare quindi la sua parte affinché: continui la ricerca intorno ai Sistemi di Studio Reticolare, si producano nuovi Sistemi, e aumenti la diffusione dei Sistemi stessi, anche sul territorio in cui vive. Può aiutarci indirettamente, in veste di «socio sostenitore/onorario», oppure di «partner – coproduttore, istituzionale o societario». Oppure può aiutarci direttamente, chiedendo di partecipare alla nostra attività (di studio, di progettazione, di sviluppo e di promozione dei nuovi titoli previsti dai Laboratori) in veste di «socio collaboratore»: come ricercatore e curatore delle preziose risorse documentali, o come ricercatore di nuove soluzioni tecnologiche, o come autore dei Sistemi, o infine come promotore dei Sistemi stessi. Può anche semplicemente candidarsi come «utente» dei nostri Sistemi, magari cercando di convincere un Ente in cui lavora o che frequenta, a sostenere la nostra attività e ad acquisire i nostri servizi e prodotti per la propria utenza educational; in tal modo, come utente iscritto, entrerebbe di diritto a far parte della nostra comunità di «affiliati» che sperimentano, commentano, e dialogano con noi in merito al funzionamento e alle possibilità di miglioramento dei Sistemi stessi.

Tutti i «soci», i «partner» e gli «affiliati» entrano a far parte, temporaneamente o permanentemente, dell’Istituto, perché contribuiscono – direttamente o direttamente – a raggiungere gli scopi istituzionali, tra cui: formare i nuovi collaboratori, creare strumenti formativi e didattici per il mondo Educational, promuovere l’attività, organizzare e sperimentare i servizi territoriali basati sui laboratori e sui Sistemi di Studio Reticolare online creati dall’Istituto stesso.

Se i «soci sostenitori/onorari» ci aiutano contribuendo disinteressatamente alle spese di gestione dell’attività, se i «soci collaboratori» ci aiutano offrendo volontariamente il loro tempo e le loro capacità per realizzare i Sistemi a fronte di rimborsi delle spese sostenute e di compensi minimi (quando è possibile e solo per evitare che debbano cercare altri redditi nel tempo che dedicano a questa attività), se i «partner societari e coproduttori» ci aiutano investendo nel futuro con noi attraverso la realizzazione dei Sistemi, decidendo quali sistemi sviluppare prima e in quali territori e ambiti distribuirli progressivamente, a tutti noi interessa aiutare gli «utenti» intermedi e finali dei servizi erogati attraverso i Laboratori e i Sistemi di Studio Reticolare. Si tratta dei tanti insegnanti, studenti, autori e operatori, studiosi e bibliotecari, a cui sono rivolti i piani Educational dei nostri «partner Istituzionali» (Enti Locali, Istituzioni Culturali e Educative). A questi ultimi affidiamo con fiducia i risultati dell’attività svolta dai nostri soci «collaboratori», affinché, anche grazie a quei risultati, possano attuare una politica culturale e educativa virtuosa. I «partner Istituzionali» hanno infatti il compito di organizzare e promuovere sul territorio di loro pertinenza questo nuovo servizio Educational basato sulla distribuzione – ora finalmente online – di tutti i nostri servizi e prodotti, offrendoli al mondo Educational come gli strumenti più adatti per supportare attività di formazione e didattica nell’era di Internet.

Grazie al concorso di tutti questi soggetti, che l’Istituto catalizza intorno a un comune obiettivo, un numero sempre maggiore di utenti intermedi e finali potrà sperimentare una nuova forma di attività educativa più rigorosa e al contempo meno dispendiosa, utilizzando gli strumenti che i nostri soci e partner possono contribuire a realizzare fornendo tutte le risorse necessarie per rendere sempre più ricca l’offerta di Sistemi di Studio.

Chiunque voglia collaborare con noi in uno dei ruoli previsti e necessari per la nostra attività – dalla ricerca tecnologica o documentaria alla progettazione, realizzazione e promozione dei Sistemi – deve «investire» preliminarmente nel «completamento della propria formazione»; deve cioè acquisire le competenze necessarie per poter svolgere adeguatamente un’attività che richiede – anche – capacità non comuni e non erogate dalle attuali Istituzioni educative. Si tratta di un «perfezionamento», che come tale «presuppone» una vera e seria preparazione umanistica ottenuta attraverso lo studio di livello universitario, ma non sufficiente per poter collaborare all’attività che noi svolgiamo. A questo scopo noi stessi ci occupiamo di formare i nostri collaboratori, investendo nella loro qualificazione e selezionando solo coloro che risultano capaci di portare un contributo originale nel nostro team.

Accettiamo libere candidature e selezioniamo preliminarmente, attraverso tirocini e stage, coloro su cui decidiamo di investire, sottoponendoli a un addestramento intensivo per alcuni anni e facendoli partecipare progressivamente a fasi sempre più cruciali della realizzazione dei nostri progetti. A tale scopo istituiamo anche convenzioni con Università e altri Enti formativi che prevedano tirocini e stage presso Enti di Ricerca e Formazione come il nostro.

Le competenze che i nostri candidati collaboratori acquisiscono sotto la nostra guida li rendono capaci di offrire un servizio unico, e di poter seguire, anche autonomamente, tutto il processo creativo e realizzativo – dalla ricerca e dall’ideazione fino allo sviluppo e alla presentazione – di ogni nuovo titolo che entrerà a far parte della nostra offerta formativa e didattica.

La partecipazione ad un Team già consolidato offre, a ogni aspirante collaboratore, la sicurezza di poter discutere in ogni momento le proprie idee con autori, tecnici, ricercatori e promotori già formati, e di poter ricevere da loro contributi preziosi sia per la propria formazione sia per il perfezionamento dei progetti a cui ha scelto di dedicarsi, prima che vengano distribuiti online attraverso il Portale.

In questo senso la scelta di una candidatura a socio collaboratore del nostro Istituto richiede un investimento reciproco tra noi e i candidati, proporzionale al tempo e alle energie che i candidati stessi possono e intendono dedicare alla necessaria formazione. Questa formazione è così compensata per entrambi i soggetti: noi speriamo di trovare nuovi collaboratori in grado di produrre nuovi titoli; e i candidati possono ottenere una formazione altrimenti inaccessibile anche in costosissimi corsi di specializzazione post-laurea. Il processo di formazione si interrompe qualora i candidati non facciano progressi e non investano a sufficienza per rendere il processo formativo un buon investimento, i cui risultati siano misurabili entro e non oltre alcuni anni (a seconda del livello di preparazione umanistica del candidato e delle capacità scientifiche eventualmente già in suo possesso).

Per utilizzare i nostri Sistemi in veste di «utenti intermedi» (insegnanti, bibliotecari etc), sia per propria formazione sia per fare didattica con i propri «utenti finali», ci si può rivolgere direttamente a noi o indirettamente a quei «partner istituzionali» che talvolta ci aiutano a realizzare piani di attività sul territorio ed entro Istituzioni culturali ed educative con vocazione realmente «educational». I potenziali «utenti intermedi» che rispondono a requisiti di responsabilità e competenza, in quanto dirigono e gestiscono servizi culturali e educativi sul territorio, possono richiedere e ricevere corsi di formazione e piani formativi per docenti con cui prepararli individualmente all’utilizzo dei nostri Sistemi di Studio Reticolare sul territorio e nelle sedi di loro pertinenza.

L’Istituto MetaCultura rivolge i suoi servizi principalmente al mondo Educational, e ha come destinatari privilegiati proprio gli insegnanti, i formatori, e, indirettamente, i loro studenti. L’attività formativa dell’Istituto è però anche pensata per quanti, tra autori e studiosi, desiderano acquisire nuovi strumenti per svolgere meglio, con più consapevolezza e rigore, il proprio lavoro. Ma come abbiamo già spiegato, l’Istituto non rivolge normalmente i propri servizi agli utenti finali, bensì a partner istituzionali e a docenti che intendano sperimentare un nuovo servizio – di educazione di base, permanente e professionale – sul loro territorio, dando accesso a diverse categorie di utenti interessati a ricevere formazione oltre che informazione.

Perché siamo «non profit»

È sempre in corso un’imbarazzante polemica intorno alle Associazioni Culturali, al non profit, e più in generale all’etichetta «Educational» che si attribuisce alle attività considerate di valore educativo. Se un extraterrestre si chiedesse “cosa è un’«Associazione Culturale», e cosa significa «non profit»”, e di conseguenza andasse alla ricerca di chi si considera o è considerato tale, finirebbe per nutrire molti dubbi intorno al senso di queste parole e al loro impiego, a dir poco disinvolto. Potremmo fare molti esempi, ma preferiamo domandarci «cosa è l’Educational per noi», e per quali motivi abbiamo scelto di costituirci come «Associazione Culturale» e di operare nel «non profit».

Leggiamo che si parla di «Associazione Culturale» quando un gruppo di persone si ritrova per fare delle attività e le condivide al suo interno. Ebbene, noi siamo un team di ricercatori, autori, docenti, riuniti come gruppo di «soci collaboratori» (a cui si aggiungono i soci «sostenitori»/«onorari»); a questo team è assegnato il compito di formare i nuovi collaboratori da includere nel team stesso, e di realizzare gli innovativi strumenti di studio che incrementano progressivamente la nostra proposta formativa e didattica. Il team produttivo si espande se includiamo i soggetti che, in qualità di «partner» (coproduttori, istituzionali, societari), investono nella realizzazione dei nostri Sistemi di Studio Reticolare e curano la distribuzione nel mondo Educational, aprendo punti di accesso locali, rivolgendo i nuovi strumenti formativi e didattici a enti con vocazione Educational presenti sul loro territorio (scuole, conservatori, biblioteche, università …) e a «utenti intermedi» (insegnanti, bibliotecari e altri operatori), i quali a loro volta, utilizzando i nostri strumenti di studio, si formano e svolgono attività didattiche rivolte a un’«utenza finale» ancora più vasta (i loro utenti e studenti).

Particolare importanza riveste, in questo processo, la «comunità degli utenti intermedi (soprattutto insegnanti) e quella degli utenti finali (soprattutto studenti)», che consideriamo un complemento del nostro Istituto in quanto, sperimentando i nostri Sistemi, utilizzandoli in attività formative e didattiche sul territorio, ci aiutano – attraverso i feedback e una discussione ininterrotta al suo interno e con noi – a migliorarli. Anche gli utenti sostenitori, come i soci sostenitori, ci aiutano spesso, con donazioni spontanee, a coprire le spese di produzione dei servizi di cui essi stessi sono destinatari.

Il termine «Educational» indica per tutti noi una «vocazione» alla formazione e alla didattica e un’attenzione speciale nei confronti di un mondo «educativo» che ha bisogno di servizi formativi e didattici per crescere e per far crescere i propri utenti. Con «mondo educativo» ci riferiamo sia all’educazione «di base» dei ragazzi e a quella «permanente» degli adulti, sia alla formazione «professionale» degli autori – narratori scrittori, sceneggiatori  registi, cantastorie – nonché dei docenti.

Occupandoci di «Educational» ci rivolgiamo dunque a ragazzi e adulti che studiano e che vogliono continuare a studiare (magari anche da anziani), e a professionisti che non si sentono mai completamente formati e che perciò vogliono perfezionare la loro preparazione acquisendo sempre nuove competenze.

Questo tipo di attività «non profit» ha e deve continuare ad avere delle agevolazioni o facilitazioni, perché non fa parte del «mercato del lavoro», ma piuttosto costituisce una «zona franca» in cui si cresce e, indirettamente, ci si prepara anche ad esso. Essa pertiene a un mondo che va considerato «complementare» a quello del mercato del lavoro, e che mai dovrebbe dipendere da esso, neppure quando quest’ultimo ne paga le spese per formare il proprio «personale» o il potenziale «pubblico» delle proprie offerte spettacolari ed editoriali.

Da ogni nuova proposta di legge riguardante la scuola apprendiamo quante e quali siano le pressioni affinché la scuola, a partire da quella di base, sia «orientata al mercato» e «specializzi» da subito gli studenti, costringendoli, sin da piccoli, a fare scelte – inconsapevoli – e facendo loro iniziare, dai banchi di scuola, una carriera da futuri schiavi destinati a diventare quella manodopera di massa, alienata e senza diritti, che competerà con i sempre meno costosi e più obbedienti robot.

Il grande studioso del comportamento umano Henri Laborit in una delle ultime interviste dichiarava:

[…] è l’allargamento della conoscenza al numero più grande di persone quella da promuovere, e non la formazione focalizzata su uno strumento per la produzione di merci nella prospettiva dell’acquisizione di un job. Quando si parla di «istruzione» non se ne precisa mai il contenuto, anche se tutti sono d’accordo a promuoverla per lottare contro la violenza, gli integralismi, i giudizi di valore, l’intolleranza. Sempre più si tratta di un’«istruzione focalizzata». Gli studenti arrivano all’università con l’unica speranza di acquisire le ridotte conoscenze utili a una attività professionale capace di procurar loro un job. Non vedo proprio come un’istruzione di questo tipo possa contrastare la violenza della guerra economica quando non fa che rafforzarla, amplificando la competizione a tutti i livelli d’organizzazione, dagli individui agli Stati. Anche l’iniziazione universitaria alle scienze cosiddette «umane» (psicologia, sociologia, economia e politica) è sfruttata al fine di una redditività commerciale all’interno delle imprese e sempre nell’ignoranza totale dei meccanismi di funzionamento di quello strumento che ha permesso di porle nella posizione di cui godono oggi, cioè del cervello umano in situazione sociale. Se si vuole trasmettere quella che io ho definito «informazione generalizzata» parallelamente a un’«informazione professionale focalizzata», si devono formare prima di tutto insegnanti che chiamerei «policoncettualisti». Presenti in ogni ordine e grado, dalle elementari all’università, essi sarebbero in grado, non essendo specializzati in un’unica materia, di riunire in una prospettiva globale e «interdisciplinare» le conoscenze trasmesse nel corso dell’anno e di stabilire «relazioni» – linguistiche, concettuali, storiche – tra gli elementi sparsi; relazioni che lo studente non ha tempo di stabilire per conto suo. Questo tipo di insegnante non dovrebbe approfondire una «tecnica», la cui acquisizione spesso richiede molto tempo, ma dovrebbe «favorire la formazione di una struttura mentale per livelli d’organizzazione e servomeccanismi». L’esercizio del «dubbio» dovrebbe essere una delle sue attività fondamentali, necessaria a favorire la «creatività». Dovrebbe inoltre avere un’informazione sufficiente sul versante biologico dei comportamenti. Se la felicità dell’uomo dipende dalla crescita economica, fino a che punto questa crescita è perseguibile? Ed è unicamente legata a quegli oggetti prodotti e venduti che la pubblicità ci insegna a considerare indispensabili per il nostro piacere, oggetti il cui possesso ci pone in una scala gerarchica di dominanza, dalla quale deriva l’immagine positiva di sé? Non è possibile immaginare «una crescita non di oggetti ma di idee, di concetti», legata alle «relazioni» e non alle cose, e ancor meno alle merci? Una crescita della «conoscenza gratuita»? […] Nelle sovvenzioni alla ricerca e allo sviluppo si capisce come la «ricerca» sia esclusivamente interessata allo «sviluppo», ovvero all’«incidenza commerciale» che permette di inserirsi nella guerra economica e di fornire agli Stati i mezzi per essere dominanti su scala planetaria!

L’arte e la scienza non sono solo il termometro di una civiltà, ma anche il mezzo con cui una civiltà tramanda i propri ideali, il proprio sapere e le proprie competenze, e così continua a vivere. La cultura in senso antropologico, cioè la vita vita quotidiana di una comunità, trae dallo stato della scienza e dell’arte ispirazioni e modelli che la qualificano e ne evitano la degradazione. Sappiamo bene che serve a poco costringere gli studenti a seguire “corsi di legalità” di “educazione civica”, “contro il bullismo”, “contro la mafia”, “contro le dipendenze dalle droghe, dall’alcool, dal gioco d’azzardo”, etc, se non si dà loro la possibilità di crescere, facendo cose che possano aiutarli a trovare un senso per la loro vita, a sviluppare l’intelligenza, il gusto, la capacità di giudizio, con la soddisfazione di aver contribuito ad accrescere quel tesoro di conoscenze scientifiche e di produzioni artistiche di cui il nostro paese è ancora immeritevole depositario. E il miglior modo per insegnare rimane sempre quello di mostrare, con l’esempio, quello che si si sa fare con le capacità necessarie per fare arte e scienza. Sarebbe dunque importante che nella scuola, o meglio nel processo educativo, entrassero anche artisti e scienziati, se non direttamente, almeno con la loro ricerca e i loro progetti, concorrendo indirettamente alla formazione dei nuovi futuri artisti e scienziati, appassionandoli a quello studio che porta a realizzare scoperte, invenzioni, capolavori. Ma se già nel nostro recente passato è stato difficile che artisti e scienziati si interessassero alla didattica, che dedicassero parte della loro attività a stimolare interessi e a insegnare come loro stessi erano riusciti a creare capolavori e a fare importanti scoperte (bisogna risalire alle Botteghe medioevali e rinascimentali per trovare un perfetto equilibrio tra ricerca e didattica), negli ultimi decenni la situazione è degenerata: la didattica è finita in mano a perniciosi divulgatori (che finiscono per scoraggiare anziché incoraggiare lo studio); e il nostro patrimonio artistico e scientifico, finito in mano a disinvolti speculatori, non solo non è tutelato e disinteressatamente valorizzato, ma meno che mai è incrementato, proprio a causa della scarsità di grandi artisti e di grandi scienziati.

Se ancora il nostro paese vive di rendita, conservando – male – un patrimonio artistico da tutti invidiato, difficilmente amovibile ma facilmente danneggiabile e deperibile, non si può ignorare che non ci sono più autori, studiosi, e soprattutto insegnanti, in grado di ricreare le condizioni perché esso continui ad aumentare.

D’altro canto, come avvertiva Laborit, sembra proprio che l’attuale «nuova scuola», adattandosi alla tendenza autodistruttrice del mondo contemporaneo, abbia deciso di formare solo uomini di affari, manager, produttori, distributori, editori, uomini di marketing dispensatori di consigli su come ottenere e riprodurre successi stagionali, su come identificare le aspettative del pubblico di massa e su come soddisfarle e sfruttarle, su come garantire successi basati su indagini di mercato, su come riciclare spazzatura e sfornare prodotti in serie che soddisfino il più largo numero di utenti. Il cinema, così come il teatro, la musica e le arti visive sono già in mano a manager, economisti, produttori che hanno come unico interesse quello di ottenere un guadagno immediato e di apparire sui massmedia come organizzatori di eventi eccezionali, con ciò ignorando qualunque progetto artistico e scientifico, che richiede necessariamente tempi più lunghi per recuperare gli investimenti, nel tempo.

Se nessuno degli attuali autori e studiosi per auto-investitura è più in grado di raccogliere e continuare a sviluppare la difficile eredità della tradizione umanistica – e di conseguenza non ha nulla da insegnare se non la propria esperienza limitata – occorre domandarsi come sia possibile tornare a fare arte e scienza (e magari poi anche a insegnarle) a distanza di un secolo, o quasi, dagli ultimi capolavori degli ultimi maestri. Non può essere una scusa che le due guerre mondiali abbiano decimato artisti, scienziati e potenziali mentori degli artisti e scienziati del nostro presente e futuro. Nell’ultimo dopoguerra si è definitivamente accantonata la nostra tradizione umanistica, che aveva raggiunto livelli non facilmente riottenibili senza molti sforzi; si è preferito promuovere anche in Italia la cultura di massa da importazione, che aveva iniziato a colonizzare e globalizzare il mondo – quel mondo che prima si ispirava alla nostra tradizione umanistica – piuttosto che ricominciare, rimboccandoci le maniche, a creare le condizioni per tornare a fare arte e scienza.

Si è «scelto» di operare un taglio con la tradizione umanistica, interpretandola come un fastidioso cordone ombelicale piuttosto che come una preziosa eredità, certamente difficile da assumere ma necessaria per non impoverirci e degradarci. Si è preferito considerarla «superata» e non più praticabile, piuttosto che mettere in discussione le gravi incompetenze che rendevano difficoltoso ricominciare a coltivarla. Giocando con le parole si è cominciato a parlare di sperimentazione di “nuovi linguaggi” e di “cultura del contemporaneo”, per mascherare un nuovo dilagante analfabetismo artistico che ci ha riportato tragicamente non alle «radici» della nostra civiltà ma al balbettio infantile di una società che non è più in grado di fare arte, scienza, e soprattutto arte con la scienza.

Mentre ci si faceva colonizzare si sosteneva che al contrario era proprio la cultura umanistica una vergognosa esperienza colonizzatrice da dimenticare. Così ci si creava un alibi per abbandonare la nostra vera ricchezza a coloro che avrebbero saputo portarcela via per un pugno di riso. A distanza di meno di un secolo possiamo già concludere che la «ricostruzione» del nostro paese è stata soltanto economica (e temporanea, visti i risultati del dopo-boom); non ha riguardato il piano culturale, spirituale, morale, e di conseguenza ha creato le condizioni più favorevoli per un prevedibile degrado.

Proprio a causa di queste tristi premesse il nostro paese è paradossalmente diventato più adatto a competere nel mondo spregiudicato della «comunicazione», dove si finge di saper fare, dove si vive di espedienti millantando competenze che non si possiedono più, ma che si racconta – a chi vuole crederci – di possedere ancora. E’ chiaro che nel paese culla del Rinascimento è facile far credere ai turisti ingenui di essere ancora la patria dei grandi scienziati e artisti che hanno contribuito a darci una fama ormai immeritata; ci si può persino illudere di continuare ad essere esportatori del «made in Italy»; ma mentre non si fa abbastanza per poter continuare ad essere competitivi nell’unico settore – quello dell’arte e della scienza – in cui eravamo insuperati, non ci accorgiamo che intanto, in ogni parte del mondo, c’è chi impara a fare meglio di noi persino quel che resta del «made in Italy», ormai facilmente imitabile a causa dei bassi livelli qualitativi a cui è giunto.

E’ evidente che è più comodo «fingere di essere ancora umanisti», per affascinare i turisti che vengono a visitarci, piuttosto che esserlo davvero; questo comporterebbe un investimento di tempo, denaro ed energie per riacquisire le competenze dei nostri avi. Ma anche per questo è arrivata la «soluzione comunicativa» che trasforma magicamente l’«incompetenza» in una «nuova competenza», un po’ come l’«inabilità» in «diversa abilità». In Italia un «incapace» può prendere facilmente un attestato di «diversamente capace» da un altro «incapace, ma titolato» che cerca complici – per non smascherare la propria incompetenza – da coinvolgere nel suo piano diabolico di «scientificizzare» qualunque opinione e di «artisticizzare» qualunque fenomeno, evento o performance. Dietro questa incompetenza ormai diffusa c’è la decisione implicita di abbandonare la strada faticosa dell’apprendimento delle medesime capacità che possedevano i nostri avi; quelle competenze con le quali essi ci hanno lasciato testimonianze esemplari dei tempi in cui non pochi sapevano creare capolavori divenuti patrimonio immortale dell’intera umanità.

Ora in questa situazione, in cui da troppo tempo mancano maestri in grado di insegnare alle nuove generazioni come fare ricerca in campo artistico e scientifico, è inutile andare a «cercare talenti»; se ve ne fossero ancora, essi dovrebbero, con umiltà, essere riusciti a diventare tali da soli, da autodidatti, ricercando insegnamenti da opere di maestri che non vengono neppure più prese in esame nelle attuali Università, decise a mantenere ben seppellita l’imbarazzante eredità umanistica che non sanno più comprendere né ovviamente insegnare.

Date queste premesse, riteniamo sia più utile domandarci come investire tempo e denaro per «formarne nuovi talenti», anziché «cercare invano paradossali talenti nascosti e inconsapevoli», o «simulare la loro esistenza» attraverso delle rappresentazioni spettacolari a favore del pubblico credulone di improbabili «talent show».

Insomma, noi invitiamo i nostri potenziali partner a smettere di cercare invano l’ago nel pagliaio o di fingere di averlo trovato; e li sollecitiamo a tornare a investire nella preparazione di reali nuovi talenti, anziché nella insostenibile promozione di falsi talenti attraverso una messinscena che maschera malamente una imbarazzante e ormai cronica assenza.

C’è un equivoco, che viene sostenuto dalla voluta confusione tra «uffici stampa» e «uffici educational» nei nostri Teatri, e che viene alimentato dalla cattiva gestione del mondo Educational da parte di comunicatori e pedagogisti piuttosto che da artisti e scienziati interessati a insegnare quanto sanno fare. Questo equivoco consiste nel far coincidere l’«educational» con la «promozione» anziché con la «formazione». L’equivoco appare evidente quando, nel formare i formatori, si scambia il «saper insegnare» – che include ovviamente il saper creare interessi, oltre che soddisfarli, verso l’«oggetto di studio» – con il «saper vendere» l’«oggetto di discorso» (non più «di studio» dal momento che se ne parla ma non si studia). In questa prospettiva, se il mondo Educational scompare a favore di un mondo di marketing, diventa anche difficile sostenere che il «non profit» non sia altro che un mero sostegno, neanche tanto indiretto, al «profit». Non ci sarebbe niente di male se la scuola aiutasse anche a «far vendere» più «classici», ma questo non è il compito principale della scuola; e il male inizia quando il mondo educational viene visto solo come un mezzo per far vendere più biglietti (magari a prezzo ridotto) di spettacoli orribili, per «educare» (o dovremmo dire «diseducare» e assuefare) il gusto degli studenti a fruire prodotti di bassa qualità, per convincere i potenziali «clienti» a comperare certi prodotti piuttosto che altri; per giunta stando bene attenti a non far scoprire, a quei potenziali «clienti», l’universo dei testi classici – persino fuori dai diritti – che gli «interessati» promotori non hanno convenienza (né capacità) a promuovere.

Il problema maggiore è che questa «accezione» di «educational» è tutta sbilanciata verso il «mercato» e il «profit», senza ritorni per il «non profit». Il mondo del «profit» non aiuta quello del «non profit» a fare meglio ciò che deve (cioè insegnare principi universali per studiare e fare arte e scienza, piuttosto che dispensare consigli per gli acquisti), ma anzi lo diseduca e lo prepara a diventare quel pubblico che sarà poi il destinatario ideale dei discorsi promozionali dei televenditori e dei discorsi ideologici dei predicatori e dei politici.

Una «presentazione di uno spettacolo in cartellone» non è assimilabile, se non per opportunismo, a una «lezione interdisciplinare sulla narrazione»; è più vicina alla «pubblicità redazionale», che a sua volta, paradossalmente, viene presentata nei media come una disinteressata «critica» alle offerte degli spettacoli in corso.

Purtroppo l’Educational è diventato, soprattutto nel nostro paese corrotto, il settore ideale per «assistere» (cioè mantenere) i beneficiati dalla politica e garantire la loro sopravvivenza. Un settore in cui paradossalmente i veri assistiti sono coloro che si autoconvincono di svolgere un ruolo assistenziale importante per la società, dedicando a immaginari assistiti i loro utili (per se stessi) sermoni ideologici sull’impegno civile e sulle disgrazie dei più deboli. Il caso più perverso sono quelle società che nascono, da un po’ di anni, con l’ambiguo scopo di trasformare i disastri ambientali e sociali in «opportunità» da sfruttare, per lucrare su «progetti di ricostruzione», i cui primi e voraci beneficiari sono gli stessi, tutt’altro che disinteressati, «benefattori».

Così, per assurdo, a occuparsi di un mondo culturalmente degradato, che ha davvero sempre più bisogno di aiuto per crescere, sono proprio soggetti incapaci e mai cresciuti, pseudo-artisti e pseudo-studiosi che senza i loro benefattori politici si aggiungerebbero semplicemente a quel mondo disperato che si convincono di poter aiutare. Grazie all’assistenzialismo politico, che ricambiano con servile «propaganda», essi sono invece mantenuti in uno stato di felice inettitudine e presunzione: la presunzione di aiutare il sociale con le loro costose attività di «denuncia» e di «impegno» «civile» che si esauriscono in «interventi» senza utenti (oltre loro stessi) e di cui quasi mai resta traccia.

Non è un segreto che nel nostro paese l’Educational sia diventato il settore dove regna la maggiore incompetenza, dove si nasconde meglio il parente incapace di un uomo potente, e attraverso cui si possono dare aiuti ai sostenitori della politica, senza rischio di farli passare come «mazzette» e «scambi» di favori. E’ anche il settore dove le professioni dello spettacolo e dell’educazione troppo spesso coincidono con i vaghi interessi di chi le pratica, e in cui slogan pedagogici e di impegno civile nascondono bene operazioni di marketing e propaganda. Per assurdo è anche un settore in cui si producono per lo più «eventi», e si afferma l’«effimero», mentre si dovrebbe insegnare a riconoscere ciò che vi è di universale in fenomeni particolari, e ad apprezzare quelle opere classiche che hanno attraversato il tempo per giungere fino a noi e ricordarci di non sperperare risorse in fenomeni di costume stagionali.

Noi riteniamo che chi intenda operare nel nostro settore, formativo e didattico – in qualità di ricercatore, di autore, di docente, o anche di utente – dovrebbe farlo non solo con competenza e per passione, ma anche per un ragionevole investimento nel proprio futuro e soprattutto in quello dei propri figli e nipoti.

Pensate a quanto tempo Italo Calvino ha dedicato a scrivere di letteratura oltre che a farla, a quanto  ne hanno speso Hitchcock e Truffaut parlando e scrivendo di cinema oltre che facendolo. Essi, rinunciando a «fare» un altro romanzo o un altro film, si dedicavano a «insegnare» ad altri «come farlo».

Chi ha fatto responsabilmente questa scelta, e ha deciso di dedicare tempo a studiare e a insegnare ciò che ha compreso (magari raccontandolo in modo narrativo e artistico, in forma di romanzo-filosofico o di film-saggio, come facevano Orson Welles e Roberto Rossellini) lo ha fatto non perché non sapeva fare arte con la scienza, ma perché si rendeva conto che se non si formavano gli autori del futuro, e se di questa formazione non se ne fossero occupati gli autori ancora vivi, sarebbe inutile, in futuro, andare a ricercare nuovi autori o lanciare grida di allarme per il degrado culturale a cui sarebbero state condannate le nuove generazioni.

Chi ancora crede realmente nell’importanza di questo settore, e vi dedica buona parte delle proprie energie e risorse, lo fa perché evidentemente è dotato di pensiero lungimirante. Non è necessario che lo faccia solo per spirito altruistico; può farlo persino pensando solo a se stesso, magari per avere un po’ più di persone con cui intendersi intorno a lui, o un po’ più di pubblico in grado di distinguere e di apprezzare le qualità del proprio lavoro, o un po’ più di potenziali collaboratori, produttori e distributori preparati su cui contare; ma può farlo anche pensando altruisticamente al futuro che attende i propri nipoti.

Chi ama leggere (o vedere o ascoltare) i classici, ispirarsi ad essi, e cercare di fare come loro, ha il dovere di dedicare tempo all’Educational, altrimenti presto non ci saranno più editori che li ripubblicheranno, distributori che scommetteranno nel riproporli, e pubblico che li cercherà e che vorrà leggerli.

Occorre prendere atto che vi è una crisi profonda e sperare che possa essere passeggera; ma occorre anche rendersi conto che ci vorranno forse molti anni per ottenere un nuovo Italo Calvino, un nuovo Eduardo De Filippo, un nuovo Giuseppe Verdi, o un nuovo Alfred Hitchcock.

D’altro canto, se non vogliamo far finta che l’arte e la scienza siano fisiologicamente morte e che se ne possa fare a meno, o che si possa chiamare tutto arte e tutto scienza (se tutti filmano con un telefonino allora sono tutti «cineasti», «registi di cortometraggi d’autore» purché ovviamente dedicati a temi di impegno civile), allora bisogna rimboccarsi le maniche e smettere di «assistere» pseudo-autori e pseudo-scienziati incapaci (perché gli vogliamo bene in quanto nostri figli o parenti), ma tornare invece a investire nella formazione di una nuova generazione di veri artisti e veri scienziati, fornendo loro gli insegnamenti dei grandi maestri del nostro più glorioso passato che noi stessi rischiamo di dimenticare.

«Educational» vuol dire quindi, per noi, formare il nuovo pubblico, i nuovi autori, i nuovi scienziati e i nuovi maestri del futuro. Vuol dire superare la logica del marketing che insegue i gusti giovanili abbassando sempre di più la qualità dell’offerta, e che rilegge successi commerciali come successi artistici (oggi viene considerato «maestro» chi riesce a ingannare tanti acquirenti e ad arricchirsi riciclando spazzatura e promuovendo rozzezza come nuova raffinatezza). E’ ora di smettere di «investire», le poche risorse rimaste, per promuovere prodotti indecenti e lanciare talenti inesistenti. Bisogna smettere di fare di un pubblico di adolescenti capricciosi l’ago della bilancia di una Civiltà che agonizza, ingannando il pubblico più ingenuo con l’illusione che chiunque possa divenire un autore di prodotti di successo che assomigliano stranamente a quelli che sapremmo fare anche noi. E’ ora di spiegare ai nostri ragazzi che quando incontrano un docente o un artista che sa e fa cose che saprebbero dire o fare anche loro, non c’è da rallegrarsi, non significa che se quello ce l’ha fatta anche loro ce la faranno; perché quello evidentemente ce l’ha fatta non grazie alle sue scarse competenze ma grazie alle sue «conoscenze» e parentele. Non dovrebbero giungere alla conclusione “allora anche io potrei occupare il suo posto, anche io potrei fare senza sforzo l’artista o l’insegnante”, ma piuttosto denunciare l’incompetenza che accomuna, in una triste complicità, falsi autori e ingenui fruitori, pessimi insegnanti e presuntuosi studenti.

Anziché investire in strategie comunicative per promuovere pessimi prodotti e per convincere i fruitori della loro impercepibile bontà, occorre tornare a investire nella formazione degli autori, dei fruitori e dei formatori; e occorre tornare a competere sulla qualità dei prodotti senza paura di confrontarsi con i capolavori del nostro passato, ma anzi assumendoli a modello per apprendere da essi come sono stati fatti. È ora di tornare a insegnare «come» fare didattica seriamente, per insegnare alle nuove generazioni «come» conseguire il ruolo di autori e scienziati del futuro e contemporaneamente «come» riconoscere e apprezzare, da fruitori, sia le opere classiche del passato sia quelle eventuali del presente che possiedano le qualità per diventare nuovi classici.

Un altro aspetto che contraddistingue a nostro avviso l’attività «non profit» di un’«Associazione Culturale» come la nostra – che ha scelto di lavorare per il mondo Educational – si può sintetizzare nell’espressione «investimento a lungo termine», che non vuol dire «investimento a perdere». Per realizzare strumenti scientifici e artistici adatti a insegnare «come si fa» arte con la scienza occorre infatti molto tempo e adeguata preparazione (noi formiamo appositamente i nostri autori e studiosi perché siano in grado di fare cose per le quali l’attuale Università non è più in grado di offrire formazione); e questa attività ci impegna – in quanto formatori di nuovi autori e in quanto autori noi stessi dei Sistemi di Studio Reticolare – in progetti di durata pluriennale. La ricerca per migliorare i modelli di apprendimento e la metodologia formativa e didattica, lo studio delle soluzioni tecnologiche adeguate, nonché la formazione dei nostri stessi formatori e autori richiedono come presupposto la convinzione che sia opportuno investire tante risorse umane per tanto tempo, e che lo stesso recupero degli investimenti non sarà né certo né immediato.

Allo stesso modo auspichiamo che gli autori, gli studiosi e i docenti da noi formati – attraverso gli stessi Sistemi di Studio Reticolare – capiscano che la nostra Civiltà moribonda, per riprendersi, ha bisogno non di pseudo-autori e pseudo-studiosi assistiti da uno Stato che pre-paghi i loro lavori, ma di autori e studiosi pronti a investire e rischiare in proprio, a divenire di nuovo proprietari della loro attività e perciò interessati a farla bene e a curarla sotto ogni aspetto, non demandando ad altri la responsabilità della scarsa qualità raggiunta o dell’insuccesso avuto. Speriamo che capiscano che occorre ricominciare a fare come hanno fatto gli autori che hanno inventato il cinema e i pochi che hanno fatto del cinema un’arte, coloro cioè che creavano capolavori sapendo che, rinunciando a produrre dei fenomeni di costume nel loro presente, avrebbero invece lasciato opere classiche immortali ed esemplari alle generazioni future, ai loro stessi eredi.

Al momento è meglio non chiedersi chi sia disposto a rinunciare a un grande guadagno immediato e a non cavalcare l’onda delle aspettative dell’abbrutito pubblico di massa, a lavorare tutta una vita per diventare non «famoso ora», ma «famoso per sempre». Il degrado a cui assistiamo è dovuto per lo più proprio a questo nodo difficilmente districabile: nessuno vuole più investire sul futuro, sapendo che non ne farà parte. Quanti direttori di Teatri, ad esempio, preferiscono investire su «eventi» che facciano parlare di loro e non su piani formativi che possano creare nuovo pubblico e nuovi autori qualificati? Nell’attesa che questi ultimi abbiano acquisito capacità per apprezzare e per creare capolavori, gli attuali direttori non sarebbero più in carica o in vita a raccogliere il meritato successo, e dunque non hanno alcun interesse a farsi promotori di un simile investimento sul futuro. Per loro è meglio lasciare il compito a chi li seguirà, e diventare famosi per avere ripianato i debiti di un Teatro facendo cose che degraderanno ancor di più la qualità dell’offerta e diseducheranno il gusto del pubblico. Essi sanno bene che oggi chiunque porti pubblico in sala è considerato un «maestro», anche se per farlo rende il pubblico ancor più incapace di apprezzare il bello.

Detto questo, anziché soffermarci sul deprimente presente, noi preferiamo preparare un futuro migliore.

Per noi agire nel «non profit» implica che nessuno guadagni dalla distribuzione dei risultati dell’attività, e che ogni introito ottenuto grazie ai contributi dei sostenitori o dei partner nella realizzazione degli strumenti formativi e didattici (perché si tratta di realizzare nuovi strumenti per fare seriamente didattica e formazione anche sfruttando potenzialità di tecnologie oggi finalmente disponibili) venga investito nella copertura delle spese per la progettazione e realizzazione di nuovi Sistemi di Studio.

Così interpretiamo anche il ruolo dei «partner», che non possono essere scelti tra speculatori interessati a fare affari con l’Educational, ma semmai tra lungimiranti investitori interessati a far crescere il potenziale mercato dei loro utenti; imprenditori intelligenti che capiscano che, formando il pubblico e i nuovi autori, otterranno sia nuovo interesse per i testi classici che potrebbero distribuire, sia nuovi testi classici da distribuire in tutto il mondo, sia infine un meritato prestigio come promotori dell’arte, della scienza e dell’educazione. In un futuro in cui finalmente i «contenuti digitali» potranno essere valutati per le loro reali e non millantate qualità, l’Educational avrà di nuovo un ruolo fondamentale nel preparare i fruitori a riconoscere l’arte e la scienza, gli autori e gli studiosi a farla, e gli insegnanti a insegnarla.

Per concludere, pensiamo che il mondo Educational vada sostenuto e protetto perché riguarda i momenti cruciali in cui è in gioco la preparazione degli individui a entrare in società, a divenire persone migliori, a conservare e sviluppare patrimoni artistici e scientifici, e a collaborare tra loro per mantenere viva l’eredità di un mondo che ha investito su di loro, e che ha seminato tanto, prima di loro, affinché, anche dopo di loro, continuino ad esserci condizioni per fare arte e scienza.

A questo proposito, riteniamo anche che l’Educational richieda un diverso atteggiamento nei confronti del «diritto d’autore». E anche da questo punto di vista il nostro Paese non è ancora riuscito a fare i passi necessari. Formatori e insegnanti, manuali e Sistemi di Studio, scuole, biblioteche e università vanno tutelati per il ruolo strategico che hanno nel ricreare le condizioni perché si possa fare arte e scienza.

Negli Ambienti di Studio Educational dovrebbe essere lecito, ad esempio, disporre liberamente di ogni tipo di testo, per far ricavare principi teorici e metodologici universali da casi particolari, e per farli riconoscere in ulteriori testi. Gli studenti dovrebbero poter esplorare relazioni implicite tra i testi stessi, esplorando correlazioni implicite tra innumerevoli risorse di biblio-media-teche multimediali, scoprendo e adoperando come bussola i principi narrativi condivisi tra i testi. Dovrebbero poter apprendere attraverso una continua retroazione, tra la ricerca di applicazioni testuali e la definizione teorico-metodologica dei principi, tra manuali scientifici e monografie artistiche. Non si può parlare di pittura, di letteratura, di cinema, di musica, senza far vedere e ascoltare adeguatamente gli oggetti di studio per coglierne le qualità. E’ chiaro che per studiare e confrontare i testi non occorre disporre della stessa qualità che si può richiedere e ottenere dalla fruizione dei prodotti ad alta definizione in commercio; ma la loro possibilità di consultazione, sia pure «parziale e degradata», va sempre garantita e consentita a chi fa Educational.

Semmai andrebbe anche valorizzato l’apporto dell’Educational al mercato della distribuzione dei contenuti digitali. In questo senso auspichiamo che proprio i grandi distributori dei contenuti digitali, anziché essere avversari dell’Educational, e vedere in esso un nemico che lede i loro diritti di distribuzione, siano i primi sostenitori del suo sviluppo. Ci piacerebbe che arrivassero a considerare l’Educational una forma di promozione intelligente a cui contribuire piuttosto che cercare di controllarla. Coprendo le spese dell’Educational per formare pubblico, autori e insegnanti, essi potrebbero ottenere un indiretto ma sicuro guadagno nell’accrescimento della loro utenza.

Ogni nostro «Sistema di Studio Reticolare» (da non confondere con un semplice «libro elettronico», versione digitale magari espansa del libro cartaceo) promuove indirettamente la fruizione dei capolavori di cui parla, e di cui mostra parti (scene, capitoli) valorizzando le «correlazioni implicite» tra essi in base ai «principi di narrazione e composizone» presenti in essi. Ci aspettiamo che nel futuro tra i nostri partner societari e coproduttori vi siano anche i grandi distributori di contenuti digitali, proprio per le indubbie sinergie e i reciproci interessi che l’Educational e questo nuovo mercato distributivo potrebbero trovare: da un lato infatti noi promuoviamo proprio i «titoli» che per un distributore di contenuti digitali sono più difficili da vendere, in quanto non sono promossi dai media interessati solo alle novità; da un altro lato  un distributore di contenuti digitali potrebbe/dovrebbe distribuire anche i testi classici, che costituiscono la materia, le risorse, e l’oggetto primario di studio dei nostri Sistemi.